La ritrosia nel dono di sé genera freddezza

Si fa sera e il giorno ormai volge al declino - Card. Robert Sarah

 

L’accidia ha tre conseguenze che sono il segno distintivo della società occidentale contemporanea: il torpore, il livore e la fuga nella concitazione. Anzitutto, la disperazione conduce al torpore, a una forma di lenta paralisi. Come se la vita si rifiutasse di sbocciare e di fiorire. In secondo luogo, di fronte a una simile condizione, si osserva un rancore, un livore nei confronti del bene che ci si è rifiutati di desiderare. Infine, c’è la fuga in una disordinata concitazione, in uno sfarfallio teso a dimenticare lo stato nel quale si è rimasti imprigionati. Torpore, livore e concitazione formano una tragica triade che caratterizza la nostra epoca. Affligge tutti gli stati della vita, come sottolinea padre Jean-Charles Nault nel suo bel libro, Il demonio meridiano.

 

In particolare ne sono afflitte le coppie. Quando ci si rifiuta di entrare nella gioia dell’amore coniugale con tutto ciò che di donazione e di generosità esso richiede, a poco a poco tra gli sposi si instaura una forma di abitudine. La ritrosia nel dono di sé genera freddezza e intorpidimento nell’amore. Spesso i nostri contemporanei non credono nemmeno più che sia possibile amarsi per tutta la vita. Sono come disillusi. “È una cosa troppo bella per essere vera”, dicono parlando della fedeltà. Sono sorpreso nel constatare fino a che punto i giovani esitino a sposarsi. Non si tratta di una forma di pigrizia, ma di una mancanza di speranza e di fiducia nel loro amore. Acconsentono alla mediocrità nell’amore, rinunciando ai grandi desideri. È la tentazione della tiepidezza. Essa genera inevitabilmente livore e risentimento nei confronti delle famiglie più generose. Si assiste al diffondersi di parole di disprezzo della fedeltà, della fecondità. Le coppie sono tentate, infine, di sostituire la gioia che dovrebbe procurare il dono di sé con una certa concitazione, con uno sfarfallio. Per alcuni consiste nel passare da un partner all’altro. Per altri, invece, in una moltiplicazione delle attività nel tentativo di nascondere il vuoto interiore.

 

Si può ravvisare lo stesso fenomeno nei sacerdoti e nei religiosi. Il rifiuto della gioia di donarsi a Dio genera il disgusto per la vita cristiana, per le sue esigenze, per la preghiera, e l’aspra critica dei nostri fratelli sacerdoti o vescovi. Da ultimo, essa si traduce in una frenetica concitazione, in viaggi, in una eccessiva presenza su internet e sui social network, con cui si tenta di colmare il vuoto che si è venuto a creare. Tale dispersione serve a mascherare la paura ad ammettere la propria tristezza e a riconoscere la propria freddezza, la propria ritrosia nel dono di sé.

 

Non dico che si abbia coscienza di tutto ciò. Mi limito a constatare le tappe di un processo. Voglio sottolineare soprattutto che l’accidia è sempre una sindrome da uomini ricchi, la reazione di un cuore stanco di donarsi. A un certo punto, tali uomini rifiutano di rallegrarsi della chiamata di Dio a prendere il largo! In questo senso l’accidia è veramente una ferita della nostra vita teologale. È il rifiuto della gioia che la carità dovrebbe produrre in noi. è l’indifferenza nei confronti del dono che è Dio Stesso. È il rifiuto della radicalità della chiamata di Dio.