In un mondo in cui tutto è stato posto sullo stesso piano tutto diventa tristemente uguale

Si fa sera e il giorno ormai volge al declino - Card. Robert Sarah

 

Credo che l’unione mistica più profonda implichi il senso della distanza sacra e dell’adorazione. Non possiamo fare a meno di manifestare la nostra piccolezza o la nostra pochezza davanti alla maestà divina. Tale manifestazione è il segno di un’anima delicata. Tutti gli atteggiamenti che mirano ad impossessarsi di Dio distruggono il nostro corretto rapporto con Lui e precludono il costituirsi di un’intimità. Penso qui al comportamento superficiale nella liturgia. Penso all’atteggiamento che si è talvolta creato al momento della Comunione eucaristica, senza nemmeno un gesto di adorazione. Non dovremmo piuttosto lasciarci nutrire come neonati? I sacerdoti hanno una grave responsabilità. A questo proposito essi dovrebbero essere esemplari. Nelle chiese d’Oriente, si esce dalla casa di Dio a ritroso! Viceversa, quante volte le chiese occidentali sono utilizzate come sale da concerto? Vi si entra come in un luogo qualunque, come in una volgare sala riunioni. Il vero modello è Mosè davanti al roveto ardente! Che non si dica che l’essenziale è l’atteggiamento interiore. Esso non ha consistenza a meno che si manifesti in gesti esteriori e concreti.

 

In occidente, la morte di Dio ha comportato l’eliminazione di tutto ciò che è sacro nell’esistenza umana. Il sacro è diventato qualcosa di trascurabile. La rottura del rapporto dell’uomo con Dio sembra sempre più grave, al punto che la desacralizzazione non provoca più alcuna reazione. Passiamo davanti a realtà eminentemente sacre senza nemmeno sentire l’esigenza di mostrare rispetto ed essere presi dal timore che esse ispirano. Di questo fenomeno vorrei sottolineare una conseguenza inattesa. Il senso del sacro, infatti, trova la propria espressione grazie a tutte le soglie, a tutte le separazioni che circondano e proteggono le realtà sacre: la chiesa, il coro, l’altare, il tabernacolo. Oggi, invece, in molti luoghi, tutto è accessibile a tutti. Sono stati elimina-ti i limiti simbolici come la balaustra e i gradini che circondavano l’altare nelle chiese. Con la conseguenza che ogni cosa diventa ordinaria, se non addirittura profana.

 

Rifiutando la presenza del sacro nella nostra vita, creiamo un mondo uniforme, monotono, un mondo piatto. È diventato indifferente celebrare la Messa in una chiesa o in un teatro. Celebrare su un altare consacrato o su un semplice tavolo è la stessa cosa. A queste condizioni come potremmo ripetere l’esperienza descritta dal salmista: «Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo» (Sal 43[42],4)? In un mondo in cui tutto è stato posto sullo stesso piano, tutto diventa tristemente uguale. Un mondo profano – direi anche: profanato – è un mondo senza gioia. In fondo, la perdita del senso del sacro è causa di tristezza.

 

Che meraviglia per un giovane che serve all’altare accostarvisi per la prima volta! La sua gioia è tanto più grande nella misura in cui egli si accosta a Dio. Per questo ha indossato la sacra veste dei Suoi ministri. Il sacro è un bene prezioso, è il portale d’ingresso della gioia nel mondo. Ci dà la possibilità di prendere parte a delle gioie profonde. Chi non ha mai avvertito un brivido profondo, la notte di Pasqua, osservando la fiamma del cero pasquale avanzare nel buio? Chi non ha mai sperimentato una gioia spirituale all’udire il solenne canto gregoriano della Salve Regina in un monastero? Il fremito di timore che provoca è un sussulto di gioia. Le voci dei monaci si uniscono per proclamare l’amore per Maria in un canto lento, grave, solenne, che esprime in modo luminoso il vero senso del sacro: un timore gioioso e fiducioso. Letteralmente, sperimentiamo nella nostra carne quanto afferma Goethe: «Il sacro è ciò che molte anime insieme unisce». Aggiungerei: ciò che le unisce in una gioia profonda.

 

Abbiamo perduto questi importanti segni sacri che invece dovrebbero costituire l’unità e la gioia del popolo cristiano. Si vedono ormai gli uomini rivolgersi a pratiche magiche e pagane che sono soltanto una caricatura del sacro. Tali comportamenti rivelano come i sacerdoti abbiano provocato una fame di gesti sacri tra i più fedeli. È ora di ritrovare la semplicità di San Pietro sulle rive del lago!

 

In molte librerie la spiritualità è relegata al reparto «cura della persona». Siamo riusciti a fare di Dio un mezzo per la nostra meschina realizzazione e la nostra autosoddisfazione. Che capovolgimento! Credo che ciò riveli un totale ribaltamento della logica della fede. Dio non è al mio servizio. Certo, non posso essere felice se non per Lui e con Lui. Credere in Dio non si op-pone alla mia felicità. Bisogna però rimettere le cose nel loro giusto ordine.

Siamo stati creati per amare, lodare e servire Dio. È la prima frase del catechismo che si impara da bambini. Che sapienza! Dio non è un elemento della mia vita accanto a tutti gli altri miei impegni. È il mio Tutto. «Solo Dio basta», diceva Santa Teresa d’Avila.

 

Nelle chiese i nostri contemporanei vengono a vedere le opere d’arte. Raramente vengono per incontrare Dio. Durante le Sante Messe passano tutto il tempo a scattare foto o a giocherellare con i loro cellulari. Dalla loro vita familiare o professionale Dio è assente. Poche famiglie si svegliano e vanno a dormire alzando lo sguardo al cielo. In occidente, Dio è diventato come un anziano genitore ricoverato in una casa di riposo che ci si dimentica di andare a trovare. Dio deve adttarSi ai nostri ritmi e alla nostra stanchezza. Gli facciamo un po’ di posto, credendo di fare qualcosa di buono. Che illusione!

 

Vedo, però, anche famiglie cristiane che mettono Dio al centro della loro vita. La preghiera comune diventa per loro come un’evidenza. In certi paesi, ho visto molti fedeli partecipare quotidianamente non solo alla Santa Messa, ma anche alle altre Funzioni Sacre. Queste famiglie rimettono Dio al centro. Costruiscono la loro vita su solide fondamenta. Sono la speranza della Chiesa.

 

Viviamo in un mondo pagano in cui gli dei nascono e muoiono in funzione dei nostri interessi. Non vogliamo saperne dell’unico vero Dio. Ci costruiamo le nostre divinità. Creiamo dei, ma anche profeti e sacerdoti, in funzione dei capricci del momento. Il mondo postmoderno è il regno degli idoli, dei maghi e degli astrologi. Questi dei e i loro sacerdoti sono privi di pietà: non interessa loro la vita e la gioia. Dietro alle nere cortine di un falso umanesimo, sono al servizio del capitalismo finanziario. In cima a questo pantheon troneggia l’idolo del denaro.