Si fa sera e il giorno ormai volge al declino

Card. Robert Sarah

Potremo ritrovare il senso della grandezza umana solo se accettiamo di riconoscere la trascendenza di Dio. L’uomo non è grande e non raggiunge la sua più alta nobiltà se non quando si mette in ginocchio. Se ci umiliamo, come Gesù, davanti a Dio, divenendo obbedienti fino alla morte, Egli ci esalterà e ci darà un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Davanti alla maestà e alla santità di Dio non siamo in ginocchio come schiavi. Siamo degli innamorati in compagnia dei Serafini, abbagliati di fronte allo splendore di Dio Che riempie della Sua silenziosa Presenza il tempio del nostro cuore. Dio ci oltrepassa non per travolgerci ma per farci diventare grandi. La trascendenza di Dio è un appello alla trascendenza dell’uomo. Il mistero di Dio e quello dell’uomo sono intimamente connessi.

 

Scriveva Romano Guardini: «è molto importante per l’uomo provare una volta lo sgomento dinnanzi al cospetto di Dio, l’esser respinto dal luogo sacro, per comprendere a pieno che Dio è Dio e che lui è l’uomo. La confidenza in Dio, la vicinanza a Lui e il nascondimento in Lui rimangono fragili e sciatti se mancano il sapere della maestà di Dio e il timore della Sua Santità».

 

A Roma, sopra la porta della chiesa di Santa Maria in Campitelli, un’iscrizione ricorda con quale disposizione d’animo si debba entrare in un luogo sacro. Si possono leggere in lettere nere su sfondo dorato le parole del salmista: Introibo in domum tuam Domine. Adorabo in templum sanctum tuum in timore tuo, «Entrerò nella Tua casa, Signore. Mi prostrerò con timore nel Tuo tempio santo» (Sal 5,8). Credo che dovremmo tutti ricordarci di queste parole quando entriamo in una chiesa. I sacerdoti, in particolare, dovrebbero portarle nel cuore quando salgono all’altare. Devono ricordarsi che, all’altare, si trovano al cospetto di Dio. Durante la Messa, il sacerdote non è un professore che tiene una lezione servendosi dell’altare come di una cattedra al cui centro si trova il microfono e non la Croce. L’altare è la soglia sacra per eccellenza, il luogo del faccia a faccia con Dio.

 

Si ha talvolta la sensazione di essere prigionieri di una specie di colla che ci impedisce di guardare le cose di lassù. Si potrebbe parlare di sabbie mobili. Come liberarsi dal mondo? Come liberarsi dal rumore? Come ci possiamo liberare da questa notte oscura che ci opprime e ostacola il nostro cammino verso il cielo, che ci stordisce e ci fa dimenticare l’essenziale? Dio ci ha creati per essere e vivere con Lui. Dio, Che ha voluto ogni cosa, non ha creato la natura per sé stessa. Non ci ha creati per una perfezione puramente naturale. Aveva uno scopo infinitamente superiore rispetto alla sola perfezione della natura: l’ordine soprannaturale, ossia il dono di puro amore che si chiama grazia e ci rende partecipi della Natura di Dio, la comunicazione della Sua vita che fa di noi dei figli in grado di conoscerLo e di amarLo in tutta la Sua intimità, come Egli Stesso Si conosce e Si ama.

 

Siamo stati creati per svincolarci dal mondo e per vivere in pienezza della vita stessa di Dio. Siamo stati creati per conoscere e amare Dio in tutta la Sua realtà divina. L’uomo è assolutamente incapace in sé stesso di questa vita soprannaturale dalla quale lo separa un abisso infinito, e che è un dono gratuito di Dio. Siamo fatti per vivere con Dio e raggiungere la nostra perfezione in Lui. Quando Cristo rivela agli uomini ciò a cui devono tendere, non dice loro: “Siate pienamente e perfettamente uomini, realizzatevi fino alla perfezione della vostra natura umana”, ma: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48), cioè della perfezione stessa di Dio.