La rivoluzione sinodale

Di Guido Vignelli

PAROLE-CHIAVE PER RENDERE SINODALE LA CHIESA.

 

Il pluralismo ecclesiale come relativismo dottrinale e pastorale.

Si pretende che la Chiesa debba trasformarsi da rigido monolite in elastica rete di Chiese locali capaci di adattarsi alle culture popolari cui appartengono e d'inserirsi nei sistemi politico-economici di cui vivono. Una Chiesa plurale deve accettare le variazioni della mentalità e della sensibilità della base ecclesiale, per esempio riguardo la sessualità, il Matrimonio e gli altri Sacramenti, la vita sacerdotale, il protagonismo dei laici, specie se emarginati come immigrati, neri, donne e omosessuali. Ciò presuppone il primato della pastorale sulla dottrina, ossia di relativizzare non solo il governo ecclesiastico, adeguandolo alle esigenze democratiche, ma anche l'insegnamento dottrinale, adeguandolo alle mentalità locali. E così, la maggiore concordanza di opinioni nella Chiesa, raccomandata da Paolo VI nell'atto costitutivo del sinodo dei vescovi, finirà sostituita dalla varietà delle idee e dei programmi pastorali, anche se in contraddizione tra loro e, soprattutto, con la Verità cattolica.

 

L'ascolto come sostitutivo dell'insegnamento.

Sinodalità – si dice – richiede che, tra le funzioni capitali della gerarchia ecclesiastica, quella d'insegnare ai fedeli venga sostituita da quella di ascoltare le loro opinioni e richieste, avviando con loro un dialogo che procuri di mediare tra esse e trarne un minimo comun denominatore da programmare e da perseguire.

Pertanto, il papa dovrà ascoltare l'episcopato, il vescovo diocesano dovrà ascoltare i propri fedeli, il parroco dovrà ascoltare i propri parrocchiani, il superiore di una comunità religiosa dovrà ascoltare i propri inferiori, e così via. Per salvare le apparenze, questo ascolto viene presentato come mutuo, ossia reciproco, per cui anche gli inferiori e i dipendenti devono ascoltare ciò che dicono i loro superiori e capi; ma ciò non toglie, anzi conferma, che i ruoli religiosi nella Chiesa sono appiattiti al livello orizzontale, quello del dialogo tra pari e della decisione condivisa con tutti. Tuttavia, in assenza di un vero esercizio dell'autorità sui fedeli, questo loro ascolto obbligatorio rischia di ridursi all'adeguarsi alla volontà della maggioranza o piuttosto della minoranza meglio organizzata che sa come imporsi a tutti.

 

Il servizio come sostitutivo del governo.

In passato, nel linguaggio ecclesiale, il governo della Chiesa era indicato con la parola comando (imperium), mentre la parola servizio (ministerium) indicava il ministero liturgico che si concretizza nel pubblico culto. Oggi invece la parola servizio indica una generica assistenza ai fedeli che non comporta più superiorità e quindi autorità del clero sul laicato e della gerarchia sul clero. Nella prospettiva della riforma sinodale, anche la mansione governativa che caratterizza il potere della gerarchia ecclesiastica verrà ridotta a quella di generico ed elastico servizio, privo di potere legislativo e giudiziario, e col potere esecutivo privo di forza impositiva e coercitiva. Le parole autorità e potere sono ormai demonizzate dalla pubblicistica ecclesiale, perché identificate con un atteggiamento prepotente di superbia e di sopruso, ossia con la prevaricazione del superiore sull'inferiore, del forte sul debole, del sapiente sull'ignorante, del centrale sul periferico, del globale sul locale. La mentalità progressista detesta ogni impostazione giuridici sta del governo ecclesiastico e preferisce che nella Chiesa prevalga lo spontaneo sorgere di capi carismatici che s'impongano democraticamente dal basso o dalla periferia per la loro capacità di servire il popolo liberandolo da gioghi dei sistemi di potere.

 

Tuttavia, questa impostazione democratica espone a un grave rischio: quello che dal basso o dalla periferia emergano e si impongano capi populisti, ossia demagogici. Violando sia il diritto canonico che le tradizioni ecclesiali, essi potrebbero giungere a governare senza senso di giustizia, rendendosi buoni a nulla ma capaci di tutto e applicando quella vile regola tipica delle moderne democrazie: essere forte con i deboli ma debole con i forti. In realtà, nella Chiesa come nella società civile, se si vuole evitare l'anarchia, è inevitabile che qualcuno diventi autorevole e quindi eserciti un qualche potere di governo; piuttosto, il problema sta nell'assicurare la legittimità di origine e di esercizio di questo potere ricevuto o conquistato.